Per l'articolo della valigia del turista il professor Dario Scodeller ha scritto per noi un testo da affiancare all''impaginato con i disegni fatti da Sara.
[Ho trascorso quasi tutto il quarto anno di Architettura a Venezia fotografando valigie.
Un professore con i baffi aveva dato come titolo al suo corso di comunicazioni visive: “Il viaggio e il progetto” e la valigia era uno degli oggetti da indagare. Le prime revisioni furono disastrose.
Non avete capito niente – diceva il professore con i baffi – dovete imparare a raccontare delle storie. Raccontare delle storie: appunto. Stavo delle mattine intere alla stazione ad aspettare, trascurando importantissimi corsi di progettazione in cui si insegnava a disegnare case popolari. Era, a quei tempi, prima che diventasse di moda il museo, un tema obbligato per gli studenti di architettura. Alla stazione aspettavo i viaggiatori con delle valigie particolari. Cercavo, soprattutto, quelle che avevano (già rarissime allora) le etichette degli alberghi appiccicate. Quelle etichette dicevano dei luoghi dove il viaggiatore si era recato e potevano essere degli incipit per possibili storie. Ma le valigie con le etichette erano davvero poche. Finalmente, dopo mattinate di appostamenti, ecco scendere dal treno un signore sui 40 anni, con degli occhiali da sole rettangolari e una valigia completamente ricoperta di etichette. Lo seguo, e lo fotografo. Ecco finalmente l’immagine da cui partire per raccontare una storia. Ma quale storia? Perchè aveva viaggiato così tanto e in tanti luoghi, chi era veramente e soprattutto che cosa conteneva la sua valigia? L’interrogativo era autenticamente letterario, tanto che dominava anche il primo capitolo del libro Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, pubblicato qualche anno prima. Nel secondo capitolo, il lettore si accorgeva che il libro aveva qualcosa di sbagliato, i sedicesimi erano stati mescolati in rilegatura con quelli di altri libri e la storia iniziale, quella del viaggiatore, si intrecciava con altre storie e con la storia stessa del lettore. Il vero viaggio, sembrava suggerire Calvino, era la lettura. Purtroppo, per quanto mi sforzassi di immaginare una storia, la valigia, per quelli della mia generazione, rimaneva sempre associata a qualcosa di drammatico. Nel settembre del 1969, avevano stabilito le indagini, in un negozio di Padova, veniva venduta la valigia che sarebbe stata abbandonata, con una bomba dentro, sotto un tavolo di una banca in Piazza Fontana a Milano il 12 dicembre di quell’anno disgraziato. Il 2 agosto 1980, alle 10 e 25, qualcuno si stava domandando chi mai avesse dimenticato quella valigia sotto ad un sedile della sala d’aspetto di seconda classe, prima che lui stesso e la stazione di Bologna saltassero in aria. Nei treni, allora come oggi, il terrorismo nascondeva le bombe dentro l’aria familiare e rassicurante delle valigie.
Ma, la storia che non sono riuscito a raccontare allora, posso raccontarla oggi, perchè quel signore con la valigia tutta appiccicata di etichette l’ho incontrato di nuovo, molti anni dopo, un po’ invecchiato, proprio a San Marino, all’albergo Titano, una mattina di fine novembre. Ero sceso a fare colazione
e me lo sono trovato improvvisamente davanti.
Ho riconosciuto subito la valigia. Stava parlando con un signore dell’albergo. Quando si sono appartati in una stanza li ho seguiti. La porta era socchiusa e potevo sentire i loro discorsi. Lui ha aperto la valigia e ha detto che ne aveva una partita nuova, più buona. Dovevano solo accordarsi sul prezzo.
Ho pensato ad un trafficante di droga e all’Hotel Titano come al centro di un traffico internazionale
di stupefacenti. Ho capito di esser in pericolo.
Stavo tornando sui miei passi quando il viaggiatore ha aggiunto: alla lavanda. Alla lavanda? Stava facendo annusare delle saponette al signore dell’albergo il quale ammetteva, senza troppa convinzione che, infondo, alla lavanda potevano andare bene.
Il viaggiatore misterioso era, dunque, un rappresentante di mini saponette per albergo e le etichette sulla sua valigia un paesaggio disegnato da anni di viaggi in alberghi dove non aveva mai dormito. Il viaggiatore misterioso viaggiava per lavoro e se, giù a Dogana, avessero per caso deciso (pare che qualche volta accada) di fargli aprire la valigia, si sarebbe levato nell’aria un profumo di lavanda che avrebbe segnato, per un attimo, olfattivamente, l’indecifrabile confine tra le due Repubbliche.
Per conto mio posso confidarvi che, se aprissero la mia valigia, giù a Dogana, troverebbero le stesse saponette, perchè non c’è souvenir che il viaggiatore ami, a conti fatti, più delle tristissime saponette
da albergo, che donano al viaggio la vertigine della lontananza e alla doccia casalinga la vertigine del viaggio.
Perciò sono convinto che non ci sia souvenir più interessante, più fantastico, più degno di essere ridisegnato, riprogettato, ripensato, della saponetta da albergo.
Certo, questo per quelli che stanno negli alberghi.
Ma per chi non si ferma in albergo, invece, come il nostro viaggiatore di commercio?
– E quella pistola? Cosa ci fa uno come lei con una pistola nella valigia? – Stava chiedendo adesso il signore dell’albergo al nostro viaggiatore...
Ma, questa, è un’altra storia.]
Dario Scodeller
lunedì 23 giugno 2008
la valigia del turista
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